giovedì, novembre 10, 2011

kòmòlm

mercoledì, novembre 18, 2009

Briciole di pane #1

Maurizio Maggiani - Il coraggio del pettirosso - Feltrinelli - 1995

Mio padre era scappato dal suo paese subito dopo la guerra. Preciso: subito dopo la sua guerra, che finì un poco dopo quella di quasi tutti gli altri. Era fornaio già al suo paese, un giovane e aitante fornaio, e come tutti i fornai anche lui era un libertario, un anarchico. Perché tutti i fornai sono anarchici? Perché di notte c'è modo di avere più coraggio e più libertà, perché il pane è la misura della giustizia, perché l'acqua e il fuoco non fanno rumore e non confondono il cervello, e via discorrendo.

I fatti, presi uno per uno, non significano niente, è quando vanno a sedimentarsi dentro di noi che allora succede qualcosa che sfugge alla coscienza. Come la birra, ecco. La vita ci fermenta dentro; e con poco sforzo e acqua fresca viene fuori uno schiumone che ti ubriaca.

Ho passato tre giorni per le strade di Roma e avrei dovuto invece fermarmi un giorno solo. Se mi chiedete cosa c'è stato di sensazionale da farmi trattenere, non saprei cosa rispondere. Andavo in giro perdendomi regolarmente dopo pochi passi, muovendomi come se avessi avuto gli occhi immersi in una soluzione di oppio. Tutto aveva un significato e niente ne aveva uno preciso. Credo di essere passato almeno tre volte attorno alle grandi rovine del foro romano senza accorgermi di ritornare sui miei passi. Potrei aver visto tutto il vedibile e potrei non aver visto che poche cose: ero costantemente in preda di una sensazione di sovrebbondanza fiabesca. Storie che si innalzavano in pinnacoli di vertiginosa bellezza per poi essere seppellite da un "no, così non va" e da altre successive bellezze, che poi finivano per essere sbagliate e seppellite sotto altre ancora...Come se i romani, o gli italiani, fossero stati per millenni dei bambini mattacchioni e perfidi e pieni di rimorsi, e ora io stessi girovagando attraverso il frutto dei loro giochi dispettosi e delle conseguenti autopunizioni [...] Quello che più mi affascinava, e insieme mi faceva perdere l'orientamento, era l'accanimento con cui quella città pareva aver cercato di seppellire se stessa, epoca dopo epoca, secondo le fantasie del momento.

Strappati il cuore
Sempre di più saporito, il tuo cuore.
Frutto di tanti pianti, quel tuo cuore,
strappatelo, mangiatelo, saziati.

C'è gente invece che non sa sopportare nemmeno i più piccoli terremoti che la scuotono dentro, gente che si abbandona alle sensazioni e alla fine è schiacciata sotto il peso della sua sensibilità. Gente che ha quindi bisogno di costruirsi delle solide impalcature per sostenere quel peso.

Mi considerava uno svantaggiato, uno che deve fare più fatica a cavarsi d'impaccio con l'universo; così si è espresso l'unica volta che siamo entrati in argomento.

Noi, qui, ci continuiamo a trovare cose interessanti da ormai mille anni; cose degli uomini più che cose di Dio. La Bibbia non è un romanzo, come qualche sciocco sostiene per renderla più appetibile agli sciocchi suoi simili. La Bibbia è un diario, semmai. È la lunga nota spese del conto aperto tra gli uomini e Dio. [...] Dio è il grande spazzino delle ceneri degli uomini, il grande collettore delle fogne umane. Dio è il fiume che cerca di detergere la morte di dosso dell'uomo. Il grande mistero è per quale motivo non si sia mai seriamente impegnato a fare l'unica cosa che ci si può aspettare da un dio onnipotente: la chiusura definitiva dei conti con l'uomo. L'uomo non ha altro da offrire all'universo che la morte, questo scopriresti leggendo anche un poco della Bibbia.
[...]
Ma l'anarchia non è troppo complicata, assomiglia a Dio. Gli assomiglia soprattutto nella sua qualità principale: è la vita che chiede conto agli uomini della morte, chiede a loro di rinunciare a ciò di cui pare non sappiano fare a meno. Anche lei è poco intelligente, si affanna a tentar di ripulire l'umanità dal suo carico. Non ciriusciranno, non Dio e neppure l'anarchia.
[...]
Dio litiga con gli uomini da quando sono nati. Vorrebbe poterli fare candidi di innocenza e se li ritrova davanti rossi di sangue. Non è forse la stessa cosa che si ostina a sperare l'anarchia? Non fanno forse altro i suoi profeti che litigare con gli uomini? Bada, con gli oppressi non menio che con gli oppressori, con le vittime non meno che con i carnefici.

I sogni non hanno uno stile come può averlo un romanzo, un film, un quadro; a volte non hanno neppure colori, figuriamoci se possono avere una forma sintattica o qualcosa del genere. E quando li racconti, i sogni non sono più sogni, diventano appunto racconti, storie più o meno bizzarre a seconda di come li ricordi o li ricostruisci con il tuo stile, con la forma della tua coscienza.

bisognerebbe poter tenere per il collare la vita ogni giorno.

Ma la verità è questa, monsignore: voi siete qui per la nostra paura, e ora la nostra paura ci spaventa.

un anima che non ha forza di amare, può tuttavia accettare di essere amata. E non ne verrà che del bene.

CANZONE DI CERINA PER LA FIGLIA CHE SI ALLONTANA
Han cantato le stelline questa notte, Sua. Han cantato le stelle dei cieli per ninnarti questo ultimo sonno, carne mia, anima mia. Oh, mai più una notte il tuo dormir sarà quieto, mai più. Ci sarà la mano dura di un uomo che ecciterà il tuo calmo respiro, e i suoi piedi pesanti ti calceranno, e il suo ventre ti opprimerà i bei sogni, e la sua faccia sarà sulla tua per chiuderti gli occhi. Ascolta, Sua, la tua milza che grida, il figaretto che canta, il pelo tra le gambe che piange, il rognone che ti ingrava piacere. E riderai della forza dell'uomo tuo, rivolterai in fola la sua saggezza, abbatterai il suo orgoglio. Addolcirai il suo petto, come un gattino di casa blando ti chiamerà a se il suo furioso pendaglio. Avrai denti di lupa contro i suoi torti e pietr di pomice per dilavare il nero dell'anima sua, tintura di porpora per dare colore d'amore all'amore. Con la furia dell'orsa azzannerai il tradimento, e con la fragranza dell'unguento lenirai la ferita. Avrai forza di bufala, malizia di colomba, mitezza di capriola. La femmina è l'alba e il maschio è il tramonto, e l'una ama l'altro come l'uomo si compiace del bianco nascere del sole e la donna del suo rosso calare. Ma la femmina è prospera e il maschio è secco, l'una è veggente e l'altro offuscato. Sarà tua la facoltà di prosperare, sua quella di distruggere, tua l'allegrezza, sua l'amaritudine. Guida il tuo uomo con la fermezza del tuo dolce cuore come l'allodola guida il potatore, come la cagna porta l'accecato.
Carne della mia carne, io non ti do a nessuno, nessuno sulla terra ha diritto su te. Vattene con fierezza a prendere chi hai voluto.

Chiedi continuamente: fa male qui? e qui? e qui? Dove fa male c'è ancora un po' di vita.

La rivoluzione è una domanda che non finisce mai di essere formulata.

E mise tra le mani il suo dono di nozze, un paio di scarpine quasi nuove, foderate di pellicciotta folta e morbida. 'Servono per quando leggerai: viene sempre freddo ai piedi.'

Gran bella cosa è l'amore: è l'unica vera sosta dal vivere che l'umanità conosca, è un attimo di pausa prezioso che ognuno può permettersi: chiunque tu sia, qualunque cosa tu faccia.

martedì, maggio 12, 2009

Breve

Alla Formica

Chiedo scusa alla favola antica,
se non mi piace l’avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
Che il più bel canto non vende, regala.

(Gianni Rodari)

mercoledì, aprile 08, 2009

A Gerardino.

Per Gerardino

Gerardino, sei anni, dormiva sereno.
Anche ieri notte aveva vinto la battaglia contro i mostri del soffitto. Quelli che venivano a trovarlo non appena la mamma se n'era andata: il drago Calogero, la strega Megera con il corvo Meschino, il lupo Bernardo e tutti gli altri. Ormai era diventato un cavaliere senza paura, ormai era grande.

Mica quando era piccolino.

Quando aveva tre anni la mamma lo accompagnava a letto e lui si coricava sotto le coperte. Poi mamma lo salutava con un bacio sulla fronte e se ne andava. Era in quel momento che i mostri venivano a fargli la guerra. Bastava una debole luce che filtrasse dalla finestra e per loro il gioco era fatto. Calogero era il primo ad arrivare, e poi di seguito Bernardo, Megera e tutti gli altri. Correvano sul soffitto, sui muri e facevano di tutto per spaventarlo. All'inizio era stato bruttissimo: Gerardino si rintanava sotto le coperte, tutto tremante, con il nasino appena fuori; li guardava e diceva, a bassa voce, singhiozzando: andate via, andate via, vi prego..
Ma loro restavano lì, a scorrazzare indisturbati per i muri. A quel punto Gerardino non ce la faceva più: chiamava disperato la mamma che correva ad aiutarlo, per fortuna, con una carezza o una storiella allegra. E allora i mostri, spaventati dalla luce e dalla mamma, scappavano via.
Un giorno che i mostri erano stati particolarmente cattivi era arrivato persino papà. Gerardino si ricordava ancora di quella volta: papà si era seduto al suo fianco e gli aveva detto che per essere un vero cavaliere coraggioso doveva imparare ad affrontare i mostri senza paura, invece di chiedere aiuto alla mamma.
Papà aveva ragione; quei mostri in realtà erano dei grandissimi fifoni! Bastava tirare fuori la spada di legno e qualche parola coraggiosa e loro scappavano a gambe levate lungo il muro fin dietro l'armadio. Negli ultimi mesi Gerardino era diventato talmente bravo che i mostri venivano solo a trovarlo per fargli qualche scherzo divertente. Non erano poi così antipatici, dopo tutto. Certo, erano brutti brutti, ma ormai Gerardino non ci faceva caso. Quando era troppo stanco gli dava quattro colpi di spada sul sedere e loro correvano dietro l'armadio. Così lui poteva addormentarsi.

Ma purtroppo non bisogna mai fidarsi dei mostri.

Ieri notte Gerardino dormiva sereno. Il nasino appena fuori dalle coperte. Sogni di dinosauri e di ippopotami gentili.
Forse li ha fatti arrabbiare o forse preparavano già da tempo la loro vendetta.
Sono usciti tutti quanti da dietro l'armadio, correndo, sbuffando, gridando. Erano i soliti insieme a tanti altri che Gerardino non avrebbe mai potuto immaginare. Erano talmente numerosi che al loro passare la terra ha cominciato a tremare fortissimo. E tremava, tremava.

Ma Gerardino dormiva. Vigliacchi.

Mentre lui sognava gli sono saltati addosso portandosi dietro il soffitto, i muri, anche il pavimento; e se lo sono mangiato.
Vigliacchi.
Si sono mangiati un piccolo cavaliere senza paura.

Ora Gerardino è salito in cielo, abbracciato a un palloncino.
Lassù, per fortuna, nessun mostro viene a mangiarti mentre sogni.

Ciao Gerardino.

per tutti quei bambini che sono saliti in cielo, l'altra notte.

martedì, marzo 24, 2009

giovedì, marzo 19, 2009

A papà.

Questo per mio papà, nel giorno della sua festa, che fra una settimana va in cassa integrazione dopo 39 anni di lavoro sotto pressa. Ma che stasera ci ha portato i pasticcini.
Per quel che vale:





Noi siamo quella razza che non sta troppo bene,
che 'l giorno salta ' fossi e la sera le cene.
Lo posso gridar forte, fino a diventar fioco:
noi siamo quella razza che tromba tanto poco.
Noi siamo quella razza che al cinema s'intasa
per veder donne ignude e farsi seghe a casa.
Eppure la natura ci insegna, sia sui monti sia a valle,
che si può nascer bruchi per diventar farfalle.
Ecco noi siamo quella razza che l'è tra le più strane,
che bruchi siamo nati e bruchi si rimane.
Quella razza siamo noi, è inutile far finta,
ci ha trombato la miseria e siamo rimasti incinta.