lunedì, giugno 25, 2007

Filosofia lieve.

Chi pensa troppo al passato ha le scarpe slacciate.

giovedì, giugno 14, 2007

Il tuffo di piedi.


Quando ero anziano avevo mani e orecchie grandi, un naso arricciato e occhi piccoli e gialli.

Quando ero anziano passeggiavo lento al parco, guardandomi intorno; alcuni ragazzi scherzavano seduti sugli schienali delle panchine, un bambino piangeva, un altro rideva. Una palla rosa rotolava sull'erba.

Quando ero anziano ascoltavo il rumore stanco dei miei passi, l'affanno dei miei respiri.

Quando ero anziano amavo una donna da troppo tempo per poterla amare come una volta, abbracciarla, prenderle la mano.

Quando ero anziano piangevo gli amici di una vita che poco alla volta mi abbandonavano, nel letto, davanti alla TV, il più fortunato a teatro.

Quando ero anziano impreziosivo le prime ore del sonno guardandola, e pregavo di lasciarla quella notte, per non vederla piangere. Quale dolore mi dava la sua pena per me, per i miei malanni.

Quando ero anziano raccomandavo ai miei nipoti di accontentarsi, di godere di quello che il destino gli donava. Non fantasticate, siate concreti, dicevo.

Quando ero anziano, disteso nel letto, riscaldato dalla paura, mi domandavo se ne fosse valsa la pena. Questo salto dal trampolino, la mia vita, l'avevo concluso atterrando di piedi, al sicuro.

Ad un passo dal sogno più lungo e bello rimpiangevo i sogni di giovane, quelli che mi tenevano sveglio fino a tardi la notte, quelli per cui sudavo freddo, quelli che mi facevano sbagliare, rimediare. Rigido nel letto ripudiavo la mia prudenza, mi dannavo per averla consigliata ai miei nipoti. Ma forse grazie a Dio non mi avrebbero mai ascoltato.

Quando ero anziano chiudevo gli occhi e ritornavo bambino, su quel treno per il mare. I campi di grano, il sole, le nuvole di cotone e la mia mano fuori dal finestrino che fermava il vento e da esso si faceva condurre. Quella mano, piano piano, si era irrigidita e alla fine si era ritirata.

Vivere è danzare con il vento.

Quando ero anziano giacevo immobile nel letto, il soffitto mio compagno per l'ennesima volta, forse l'ultima.

mercoledì, giugno 06, 2007

La poesia del popolo.


Ho deciso che voglio iniziare una battaglia personale.
Mi sono accorto un pomeriggio che le canzonette sono belle. Quelle che ti accompagnano un'estate e poi scompaiono insieme a chi le ha cantate. Quelle canzoni che nonostante tutto ti restano in testa perchè legate ad un momento, una persona, un morso di vita che ti porti dietro. Quelle canzoni urlate in macchina, in pullman in gita, sotto la doccia, sotto la pioggia. Quelle canzoni che non diremmo mai: «questa è la mia canzone».
Ho deciso di prendere pezzettini di testi di queste canzoni e di trascriverle a mò di aforisma, quasi a rendere onore a quel modo di far poesia tanto nobile quanto misconosciuto quale è il parlare con semplicità. Ovviamente se c'è qualcuno che vuol darmi una mano ben venga!


"...la radio canta una verità dentro una bugia..." (Raf, 1989)

"...è primavera. Sarà perchè ti amo." (Ricchi e poveri, 1981)


e le altre...quando verranno...le scriverò...