venerdì, settembre 21, 2007

Torino Porta Susa, ore 07:59

Sembra fatto apposta. Rifletti sulla tua vita e la pensi come un treno e poi ti trovi su un treno a pensare alla tua vita. Martedì per lavoro ho preso il treno per Milano, ore 07:59, Torino Porta Susa. Lavoro.
Martedi era una mattinata autunnale con il cielo grigio che si specchiava su asfalto e palazzi. Il mio collega sale a Chivasso; due chiacchiere e poi si addormenta. Una signora sulla sessantina siede di fronte a me, bella donna, dev'essere un'insegnante. Tiene in mano un libro Laterza ma non riesco a leggerne il titolo.
Santhià.
La donna mi saluta con un sorriso di circostanza e scende. Meno male, gambe distese.
Un uomo mi chiede gentilmente se il posto dirimpetto a me è libero. Si, purtroppo. Gambe piegate.
Il treno riparte. Cantieri, asfalto, cantieri, cantieri, asfalto, prato, cantieri.
Il cellulare dell'uomo di fronte a me squilla, lui risponde. Potrei scommettere che si tratta della figlia ma il tono della sua voce è teso, nervoso. Chiude.
Mi soffermo ad osservarlo; capello riga a destra in ordine, cravatta in ordine, camicia di sartoria in ordine, pantalone in ordine, ventiquattr'ore d'ordinanza. In ordine.
Tac. Scatta la molla.
Ogni tanto nelle mie camminate verso casa mi domando: dove porta tutto questo? No, dico, quello che faccio, le scelte che ho fatto, dove portano? Avrei potuto continuare sulla vecchia strada, laurearmi. Ingegnere quinto livello. Posto fisso al centro ricerche Fiat. 1600 Euro al mese. E invece no, cambi università decidendo di seguire l'istinto. Tiri su Zebra e un giorno decidi che lei sarà il tuo futuro. Ti butti, nessuna sicurezza economica, tanto lavoro, tanta fatica, tanta gente incontrata, le cose fatte, le nottate, le idee che stanno nell'aria e basta solo riuscire a prenderle. Perchè? Ma cosa sto facendo?
Io voglio una casa.
Io voglio una moglie.
Io voglio 4 figli (almeno).
Io voglio la macchina, le vacanze, lo stipendio (sicuro).
Perchè?
Se fossi restato là dentro due di queste voci potevo già cerchiarle, e invece no.
Sono seduto sul treno: la mia camicia stropicciata, i jeans sgualciti, le mie care Superga verdi sporche sulla punta. Una borsa contiene fogli sparsi che serviranno a prendere i miei appunti, la penna me la farò prestare.
Tac, scatta la molla.
Quello che ho davanti è quello che NON voglio diventare. Io NON sono disposto a scambiare l'indipendenza di pensiero, le idee, la mia creatività, i miei sogni con quella vita che ho di fronte, seppur sicura, in ordine. Un giorno, qualche anno fa, ho deciso che non avrei mai permesso alla mia vita di essere banale, scontata, in ordine. Me lo ero dimenticato.
Io voglio una casa piena di libri e giocattoli.
Io voglio una moglie bella da paura. Che mi trova terribilmente sexy.
Io voglio cinque figli pazzi (le due femmine sono normali).
Io voglio la moto Guzzi, le vacanze improvvisate, la mia azienda in mezzo alle pecore e alle mucche.
A fianco a me scorre il paesaggio: cantieri, asfalto, cantieri, cantieri, asfalto, prato, cantieri.
Forse quello che voglio l'ho sempre saputo: è quello che vogliono tutti, con due o tre paroline in più.

martedì, settembre 11, 2007

Ciuf.


Quando un amico di infanzia cambia città: da Ottobre si trasferisce a Ivrea. Non è lontano.
Sedici anni di amicizia e di Momenti.
Non mi dispiace, tanto torna, e poi gli farà bene.
Sono contento, questo è un Momento della mia e della sua storia personale.
Però mi viene da pensare: immagino un treno lunghissimo, forse infinito, ma tanto non lo saprò mai. Nessuno mi ha detto quando e dove scenderò, ma un giorno qualcuno mi sfiorerà la spalla per dirmi che sono arrivato.
I binari sono una prigione, è vero, ma danno sicurezza.
Qualcuno alla nascita mi ha assegnato un posto, il numero 7221678119, in quel vagone, con quella gente. Compagni di viaggio che cambiano il proprio posto, cambiano vagone e un giorno scendono. E anch'io cambio vagone, compagni di viaggio; ad alcuni riservo un posto qui a fianco.
Immagino un macchinista pazzo, ciccione, dai baffi bianchi e il volto rubicondo. Un berretto e una tuta blu. Pazzo perché cambia direzione senza dirmelo, tanto sa che non me ne accorgo, e lo fa in base alla gente che sale, i suoi passeggeri, i loro pensieri.
Ogni tanto mi domando dove scenderò, quando. Ma poi il treno svolta a destra, o a sinistra, o entra in galleria. E allora penso ad altro.
Il vetro si è appannato, ho pensato troppo. Fuori il tempo è variabile, come al solito. Una mandria di mucche bruca serena, indifferente.
Mi sporgo un po' per vedere il treno; ne vedo la coda, non il muso. É troppo lungo, meno male.