martedì, ottobre 16, 2007

Citazione #1

di Massimo Gramellini.

Chiedo scusa ai parenti di Vito Taccone, ma ieri non è morto soltanto un uomo, un ciclista. E' morta una biglia. La mia biglia, per la precisione.

Era l'estate del 1967, la prima volta in cui i «grandi» mi ammisero a giocare con loro sulla spiaggia, e solo grazie al mio sedere che si era offerto volontario per tracciare la pista, curve paraboliche comprese. Avrei preferito la biglia di Gimondi, ma l'aveva già presa qualcun altro. Rimanevano l'azzimato Gianni Motta e il grugno calloso di Taccone, che mi guardava in cagnesco dall'interno del pezzo di plastica. Lo scelsi con l'incoscienza infallibile dei sei anni. Cappottammo subito. Era una biglia ribelle, la sua missione nella vita consisteva nel finire fuori pista: ogni tanto andava a infilarsi nella bocca aperta di una signora che prendeva il sole nei paraggi. Aveva un futuro, come pallina da golf. Ma quanto a biglia, un disastro. Finché una mattina che eravamo abbastanza ultimi, all'improvviso sentii il mio cuore in equilibrio e mi venne voglia di tirare una stecca senza senso. Taccone sfrecciò lungo il rettilineo di sabbia, aderì alla curva prendendo velocità senza sbandare e, anziché cappottarsi come al solito, bocciò Gimondi spostandolo di lato e atterrò oltre il traguardo. Per la rabbia, il bambino sconfitto prese un tacco di sua madre e spaccò il mio Taccone. Troppo tardi: la biglia ribelle aveva fatto in tempo a insegnarmi che nelle dita di ciascun uomo è racchiuso un miracolo. Basta rimettersi in pista, ogni volta che si esce. E quando il cuore è in equilibrio, tirare una stecca senza senso.

lunedì, ottobre 08, 2007

Aridatece Peppone


Forse ho capito: manca Peppone. Il rivoluzionario incoerente iracondo utopista bonaccione.
Mi hanno detto che tutto era falso, tutto era sbagliato.
Accetta quello che hai, sennò guarda come va a finire...
Quando cadde quel muro insieme all'orrore si portò via tutto il resto: un viaggio in moto in sudamerica tra i lazzaretti di due amici, uno sputo di terra in mezzo al mare che tiene duro, nonostante tutto. Antonio Gramsci, Michail Gorbačëv. Tutto nello stesso calderone.
Il romantico pensiero di un viaggio, o la speranza di un mondo in cui i più deboli possono farcela non valgono le decine di milioni di morti che ci sono stati.
Non lottare, tanto fra trent'anni starai dall'altra parte. Incoerente.
Ringrazia di vivere nel migliore dei mondi possibili e non preoccuparti del resto.
Come se un'illusione che ti toglie il fiato valesse meno di una sonnolenta certezza.
Vivo nell'epoca della disillusione, dell'evidenza, della documentabilità.
Non credere a nulla, perchè potresti un giorno capire di che cosa si tratta veramente.
E allora accetti quello che ti hanno dato o quello che ti propongono. Ovunque, senza far troppe storie.
Siamo venticinquenni di quarant'anni. Coerenza, sostanza. Poche illusioni. Forse è per questo che tutto sembra fermo, addormentato.
Eppure sento che così non va bene; ho bisogno di un esempio, anche pessimo. E non mi interessa di quanto sia attendibile.
Uno sguardo verso il vuoto che sembri dirti: un giorno, ce la faremo.
Qualcuno mi illuda che qualcosa potrà cambiare, magari per poco. Che si può ancora lottare per qualcosa. Che prendere e partire per Chissaddove è una cosa sensata perchè irripetibile, e non cretina, incosciente, inutile.
È tutto così piatto, cazzo.

martedì, ottobre 02, 2007