domenica, novembre 25, 2007

De lo stranio facto de lo bosco de' Sospiri.

V'era un bosco in val Tribolia che chiamavan de' Sospiri. Era verde et rigoglioso et nascòso intra du clivi. Nissùno che si sappia sapea dirne il motivo, ma di dame et di donzelle parea riempirse at sole clino. Esse andavan mogie mogie a lo finir de lo die pel parlar con li albari, li muti confessori. Si sedean sòvra le radici de sti albori centenari et lagrimando contavan loro de li propi patimenti, desperandosi, acciocché per la notte almeno potean sentirse l'anima lieve.
Un amico meo vivea in quel di Ratio che era un de li paesi che poggiavan su li clivi. L'altro paese avea Passio pel nome et in fronte at Ratio s'ergea, sovra l'altro clivo. Lo bosco de li Sospiri giacea in mezzo. Era un abil narratore et raccontommi di una dama di Ratio, la Miranda Mestizioli, che un dì dal bosco non più tornò. Ella era dama di magna beltade et virtute, che filatrice facea di mestiere. Ella vivea, che ormai eran trent'anni, in una picciola casetta col buon marito Alberto che il ciabattino avea pel ministerio. Lo figliolo loro s'era ammogliato anni prima e lor vivean in solitudine. Nissun conosce cosa accadde nel bosco ma par che un veglio pastore seppe la storia da un diavolo di pettirosso. Ed ei la narrò all'amico mio.
Si dice che la buona Miranda eran quaranta anni che lo bosco frequentava; avea dieci anni e fanciulla era quando sovra la corteccia de' un veglio albaro incise il nome di Giovanni, per cui lo cor allor battea. Da quel dì a seguire ella tornava ogni giorno all'imbrunire dallo medesimo tronco pel narrar lui de li tormenti del cor suo. Ella non sedea sovra le radici ma era solita abbracciar lo fusto, chiuder li occhi e raccontare. Narra il pettirosso che l'ultima sera che lo mondo la vide ella arrivò nello bosco, avvicinossi allo albaro e disse:
«Albaro caro, dello bosco veterano, ascolta ancora li miei triboli, nutriti ancora di queste lagrime raminghe. Infelice io son da tante, troppe lune; verun puote aiutarme giacchè verun vuol comprendere. Io dovrei esser gaia e serena, invece sono mesta e inappagata. Ho un buon marito, che m'ama, ho una picciola casetta per riscaldarme, ho un dolce figliolo et due nepoti. Ma piango, soffro l'intiero dì. La ragione impone sorriso ma lo cor dimanda pianto. Dov'è buon Dio lo mio Principe, l'amor che tu, Vita mendace, sembravi propormi da fanciullina? Perchè mi hai lasciata sola? Ho forse peccato? Posseggo virtute, ragione e beltade, cos'altro dovrei fare? Mi hai promesso pietanze da principessa e mi hai servito solo pane da ciabattino, perchè? La stolida gente dice che di pan si puote vivere, ma quale vita! Ogni dama merita lo suo principe sul destriero che la porti intra la favola. Perchè non io? Sei avida e mendace e io voglio abbandonarti. Io voglio morir, hic et nunc».
Narra la storia, e questo è fatto assai stranio, che una voce di tuono parve uscir da lo albaro, quasi ei fosse persona viva. Nessun albaro puote favellar, come è noto essi parlan sol con fiere et con volatili, ma par che quella volta Natura fece eccezione:
«Gentile Miranda, mia fanciulla, perchè parlate in codesto modo?»
La povera miranda parve morir all'istante terrorizzata da tal vociare, ma passato qualche momento rispose al vecchio amico:
«Albaro caro, ma tu favelli? Quale demone ti ha rapito?»
«Nessun dimonio mio fiore, è la vita che mi ha dato questo onore»
«Vita?»
«Certo, mio incanto, Vita. Voi l'avete invocata et eccola qui abbracciata a voi. Io ho l'onore di parlarvi in vece sua»
«Non è possibile, devo destarmi, io dormo».
«Voi non dormite, Miranda, le vostre orecchie ora odono parole che è importante siano ascoltate. Voi sbagliate Miranda a offendere Vita, ella non è mendace nè avida, ella è indifferente a voi uomini et per ciò leale. La causa de li triboli vostri siete voi stessa, Miranda».
«Mah, cosa dici, alboro! Proprio tu!»
«Voi siete l'edera sul cor mio Miranda, prestatemi orecchio, non voglio mentirvi»
«Lo faccio»
«Miranda, quaranta primavere son passate da lo dì che voi scriveste quel nome su la pelle mia, tante cose sono accadute. Tante lagrime avete versato su le mie radici, et io vivo anche grazie a voi. Di prìncipi il mondo è fecondo, Miranda; sfilano rapidi sui loro destrieri e talvolta si fermano, tendendovi la mano. La sella é il loro trono che a voi offrono. Essa non è comoda nè stabile, ma di seggio alto e adorno si tratta. Lo buon Principe tende la mano et lascia a voi la scelta. Rimembrate Miranda, quanti principi avete conosciuto?»
«Mah, nissùn, ch'io ricordi»
«Errate Miranda. Rimembrate quel soldato ch'incontraste ai piè de lo monte Erto? Egli era uomo di vigore e coraggio. O quel poeta di Passio che di Voi si innamorò? O quel giovane mercante conosciuto al lago? Quante mani vi hanno tese?»
«Si, ricordo, la mia memoria avea rimosso. Ma troppi anni son passati».
«Siete in errore, gioia eterna. Lo poeta e lo mercante v'incontrarono ch'eravate già maritata».
«Si è vero, ricordo. Quale impeto nel cor mio, quali passioni. Li ho amati amico mio, ma per tempo breve. Ero maritata, tradir non potevo».
«Tradire? Cosa intendete per tradire? In questo medesimo istante cosa state facendo? Non si tratta forse di tradimento? Et le parole pronunziate in tutti questi anni, et le lagrime versate, cosa sono?»
«Mi confondi, albaro».
«Mi rincresce, anima mia, cerco semplicemente di illuminarvi. Causa dei vostri mal è l'intelletto vostro, Miranda. Lo buon uomo che è lo marito vostro è solo inerte vittima, non carnefice. Voi lo sceglieste perchè tedioso, banale ma onesto. Capro emissario è lui, per espiarvi in fronte alla coscienza vostra. La vita che avete scelto è capro espiatorio. Scaricate su di essi gli esiziali turbamenti che il cor vi sussurra. Il vostro principe è passato. Non una ma tre volte; Vita non c'entra. Voi avete escluso loro dalla Vita vostra».
«Mi hai ferito, piango».
«Piangete da tanti, troppi inverni, Miranda. Rimembrate lo soldato? Per la rabbia di avervi persa prese a calci lo letto suo e un piè si ruppe. Ma il giorno dopo partì per una nuova battaglia. E lo poeta? L'amarezza lo trascinò nel sonetto et dedicovvi endecasillabi pieni di orgoglio et di pianto. Ma poi ne scrisse una nuova, e un'altra ancora, e alla fine vi dimenticò. E lo mercante? Ei vive al di là dei monti, del mare, dell'orizzonte, e più non sa chi siete. Miranda, voi piangete la miseria vostra e accusate Vita, ma essa nulla può. Essa fece il dono più grande, evitandovi le radici. Noi albari viviam la nostra vita in un silenzio sempiterno, immobili. Non conosciamo lo Mondo et le sue maraviglie. Voi umani avete gambe, avete cor et cervello, perchè vi fate albaro? Miranda, rugiada d'autunno, lo mascolo della specie vostra piange un giorno soltanto, la fèmina tutta la vita; lo principe nobile è colui che rinunzia a l'orgoglio suo per offrirvi la propria sella, ma egli è pronto a correr lontano senza guardarsi addietro, al vostro rifiuto. Voi ora siete infelice, ma è ciò che a Vita avete chiesto».
«Terra vorrei farmi, e vento, e acqua. Non più corpo nè carne nè intelletto. Io sarò natura»
Pare che l'incantevole donna in quel momento strinse a sè con più forze lo tronco e disse:
«Vano per me è il ritorno a casa, vano è pensar di rimediar l'errori mei. Voglio rìstar con te, semper fidelis, sotto il nome di Giovanni. Lo fusto tuo crescerà et le mie ossa saranno corteccia. Io sarò albaro. Albaro fui in vita, lo sarò in morte. L'inganno mio sarà eterno, tornerò infante ingenua et innamorata, questo di me resterà in eterno; monito imperituro per le altre donne sarà lo sagrifizio mio».
Par che l'albaro favella avea già perduta e che la sventurata Miranda addormentossi finalmente serena. Vita per l'ultima volta era stata leale, rendendo muto l'albaro e impedendogli di rivelar le centinaia, forse migliaia di nomi di fanciulli che altre dame su quella corteccia avean inciso.

lunedì, novembre 19, 2007

L'orso e il canarino.

Sabato mattina ero al supermercato. Come al solito.
Una dei pochi riti a cui un terrone non può rinunciare.
Certe cose sembra che ti capitino perché così dev'essere.
Giuseppelarocca III C, era uno che alle medie dovevi starci attento. Era uno delle popolari. Era alto poco più di me, ma a tredici anni schiacciava a due mani a canestro. Saliva la pertica senza usare le gambe, gli bastavano le braccia per arrivare primo. Dio mio una sola volta l'ho visto pestare qualcuno, uno della sua pasta. Quando Giuseppelarocca III C pestava faceva male, davvero. Era nella stessa classe di Enzoanelli III C, quello di palotraversaincrocio. Ma era tutta un'altra persona. Giuseppelarocca III C ti sbatteva la miseria in faccia e te la faceva rispettare, anche se eri troppo gagno per preoccupartene. In squadra voleva i più scarsi. Io ho sempre rispettato molto Giuseppelarocca III C. Aveva un fratello cretino e una sorellina disabile. Ogni mattina arrivava a scuola con due zaini. Il suo e quello della più piccola. La accompagnava in classe e la andava a prendere alla fine. Mai nessuno ha fiatato su quella ragazza. Mai. Lei, folletto dal corpo da canarino, era forte perchè si chiamava La Rocca. Io stimavo Giuseppelarocca III C perché era un orso orgoglioso del canarino che portava sul palmo della mano.
Sabato ho incontrato Giuseppelarocca III C al supermercato. Era con la mamma. Era deperito, con i capelli e la barba lunghi, tinti di un giallo strano, vestito di miseria. Chiedeva aiuto alla mamma con la voce da bambino e si appoggiava a lei, per ricevere conforto. Il canarino è volato via dalla sua mano, qualche anno fa. E lui è rimasto un orso dal pelo giallo, come i canarini.

martedì, novembre 13, 2007

Citazione #2

di Pepe B.

La sedia Magica, di Matteo C., II A

Il mio amico Carlo mi ha invitato a casa sua martedì per fare i compiti con lui. Io e Carlo siamo amici dalla prima, quando lui se ne stava seduto sulle scale da solo, con i suoi vestiti perfettini, e ci guardava giocare a pallone senza dire niente. Carlo è sempre stato bravissimo a scuola però negli ultimi mesi ha cominciato a prendere dei brutti voti.
Sono contento che Carlo mi ha invitato a casa sua; io purtroppo non posso invitarlo a casa mia perché mamma si vergogna e dice che la nostra casa é troppo brutta e piccola per Carlo.
Il lunedì, quando siamo usciti da scuola alle quattro e mezza, è venuto a prenderlo la sua tata, come sempre. La sua tata è una signora vecchia come una nonna ma non è sua nonna. Ha i capelli ricci giallirosa di zucchero filato e gli occhi grandi e tristi. É andata da mamma e le ha chiesto se potevo andare a casa di Carlo per fare i compiti. Mamma mi ha guardato, poi ha guardato Carlo, ha sbuffato come fa sempre e ha detto si. La tata ha anche detto a mamma che potevo cenare da loro così papà poteva venire a prendermi dopo cena. Io ero contento perchè papà esce dalla fabbrica alle 10 e io potevo stare fino a tardi da Carlo.
Il giorno dopo, martedì, mamma mi ha fatto mettere per forza i pantaloni che avevo alla comunione di Monica (che è la mia sorella grande) l'anno scorso e pure la camicia di mio cugino Vincenzo che puzzava di naftalina. Io non volevo vestirmi come uno scemo ma mamma mi ha detto che non potevo fare brutta figura a casa di Carlo; poi mi ha dato un bacio sulla fronte e allora l'ho messa. Mi ha dato anche un sacchetto con le olive di nonno per la mamma di Carlo.
Sono stato tutto il giorno a scuola con i pantaloni che mi cadevano giù che dovevo tenerli con le mani e in più non potevo neanche giocare a calcio perchè mamma non voleva che mi sporcavo.
Poi finalmente siamo usciti da scuola e siamo andati da Carlo. É venuta a prenderci la signora tata che mi ha detto di chiamarla Luisa e allora l'ho chiamata signora Luisa. Prima ci ha portato a prendere la pizza rossa davanti alla scuola, dove me la prende sempre nonna, e io ho preso quella con le olive nere piccole e il prosciutto bruciacchiato, poi siamo andati a casa di Carlo.
Io non ero mai stato a casa di un altro bambino prima di Carlo ed ero un po' emozionato.
Che bello il palazzo dove abita! C'era un portone grandissimo tutto con i vetri e dentro c'erano degli specchi alti fino al soffitto (e io mi vergognavo di vedermi nello specchio con la camicia di Vincenzo); c'era anche un tappeto rosso grandissimo tipo quello che c'è dal dentista. Ma soprattutto c'erano quattro ascensori! A casa mia non c'è l'ascensore e saliamo a piedi, tanto io abito al piano rialzato, però l'ascensore lo prendo quando vado da zio Mario.
Abbiamo preso l'ascensore più a sinistra e siamo saliti al terzo piano; chissà dove andavano gli altri...secondo me di sicuro uno andava fino al tetto, un altro in giardino e l'ultimo non lo so.
Prima di entrare la signora Luisa ci ha fatto togliere le scarpe e ci ha fatto mettere quella specie di ciabatte scivolose che mi fa mettere anche zia Giovanna a casa sua per pulire per terra camminando.
La casa di Carlo è bellissima! La cucina e la camera dove mangiano sono due diverse, ha poi una camera per il papà, una camera per la mamma e pure una camera tutta per lui! In casa sua ci sono pure due bagni, uno con le piastrelle blu e i gradini.
Siamo entrati nella sua stanza e Carlo ha chiuso la porta a chiave. Abbiamo subito giocato un po' con i suoi giocattoli. Che belli! C'erano alcuni giocattoli che non avevo mai visto dal vivo! Ha il Lego del castello e quello dei pirati, ha Voltron, ha la piramide completa degli Exogini, Sapientino e il Cantatù!
Io avevo un po' paura di toccare tutti quei giocattoli perchè avevo paura di romperli che poi papà deve ricomprarglieli. Abbiamo giocato un pò, poi gli ho detto che potevamo pure fare i compiti ma lui mi ha detto che aveva detto una bugia ai suoi genitori perchè voleva qualcuno con cui giocare a casa. Mi ha detto che era sempre da solo a casa perchè i suoi genitori lavoravano sempre. Io gli ho chiesto perchè non andava a giocare in cortile con gli altri bambini che abitavano nel palazzo e lui mi ha risposto che nel suo palazzo era proibito per i bambini giocare nel cortile e comunque lì erano tutti grandi. Che strano che in un palazzo con quattro ascensori non si puo' giocare nel cortile!
Diceva tutte queste cose e intanto si tirava le maniche e si asciugava gli occhi.
Abbiamo giocato un po' con i suoi giochi stupendi ma poi ci siamo annoiati e quindi gli ho insegnato come si gioca alla guerra dietro i cuscini. Ci siamo divertiti tantissimo. Ogni tanto la signora Luisa bussava alla porta e diceva a Carlo di non farsi male ma noi non ci facevamo male, giocavamo.
Poi a un certo punto mi ha detto di seguirlo ma di stare zitto e non fare rumore che la signora Luisa non doveva sentirci. Siamo andati a quattro zampe, senza fare rumore, a parte il ciac-ciac delle mani sul pavimento nero. Poi siamo arrivati alla camera di suo papà, allora Carlo si è alzato, ha chiuso gli occhi, stretto i denti e ha aperto. La signora Luisa non ci ha sentiti.
Dentro la stanza del papà c'erano tantissimi libri: grandi, piccoli, spessi e sottili ma era strano, perchè sembravano tutti dello stesso colore marronenero ed erano tutti ordinati. E siccome anche i mobili erano marronineri tutta la stanza era marronenera.
Carlo mi ha preso per un braccio e mi ha fatto vedere il computer di suo papà. Mi diceva: "guarda che bello", "É l'ultimo modello", ma a me sembrava uguale a quelli che abbiamo a scuola. Io a casa non ce l'ho il computer: papà dice che è troppo caro e quindi non ci ho mai giocato.
Carlo mi ha fatto vedere un gioco della guerra di suo papà che spari come se sei dentro un film. Ho provato a giocare un po' ma non ci capivo niente, Carlo mi sgridava perchè morivo sempre e allora ho fatto giocare solo lui. Io preferisco la guerra coi cuscini che la guerra col computer.
Mentre mi annoiavo un po' ho visto una sedia vicino alla finestra; era una sedia strana perchè era una sedia brutta, non come la stanza che era bellissima. Era come la sedia che mio nonno usa per sedersi sul balcone per raccontarmi mentre piange le storie di quando era bambino.
Mi sono avvicinato e sono salito sopra in piedi per vedere fuori. Pioveva e sul soffitto c'era rumore tipo sacchetto della tombola. Ad un certo punto Carlo mi ha gridato sottovoce di scendere che suo papà non voleva che lui toccava le sue cose. Poi è corso da me e mi ha preso la mano per tirarmi giù. Io gli ho detto scusa e stavo per scendere ma mentre lo facevo ho visto una cosa incredibile! Fuori dalla finestra non c'era più la pioggia e non c'era più neanche la città! C'era il sole e un prato grandissimo con i ruscelli e gli animali! Poi però Carlo continuava a tirarmi e allora sono sceso. Il mio amico Carlo proprio non voleva credere a quello che avevo visto perchè era impossibile. Infatti fuori pioveva ancora e c'erano ancora le macchine e i clacson.
Poi ho capito: quella era una sedia magica che ti faceva vedere le cose belle e allora l'ho detto a Carlo che forse visto che era magica suo papà non voleva rivelare il segreto. Carlo diceva che le sedie magiche non esistono e che solo i bambini credono alla magia. Io però gli ho detto che noi eravamo bambini. Allora siccome continuava a non crederci l'ho convinto a salire. Lui però non vedeva niente, solo la pioggia, le macchine e i clacson. Che strano, eppure a me mi sembrava di avere visto bene!
Allora sono salito pure io sulla sedia per guardare però siccome era piccola io e Carlo dovevamo stare abbracciati. Incredibile! Ora fuori dalla finestra era tornato il sole, il prato e i ruscelli! E anche Carlo li vedeva! C'erano anche i cavalli blu e i cani astronauti! Vicino alla casa di legno col fumo che usciva dal camino c'era un'altalena alta fino al cielo; seduto sopra c'era uno scienziato coi capelli pazzi che scriveva su un libro giallo delle cose. C'era anche un laghetto con le paperelle della vasca che ridevano. Ridevano davvero! Dei bambini giocavano a pallone con i canguri. Il sole era grande e sorrideva con gli occhi chiusi. C'era una cascata con i gatti che facevano la doccia con gli elefanti, mentre i topi si abbronzavano. I coccodrilli canotto giocavano a carte.
Poi Carlo mi ha detto di guardare a destra e mi ha fatto vedere che la maestra Luisella stava correndo a cavallo di un pony fucsia. Era incredibile! Quella sedia doveva essere magica davvero! In cielo c'erano le nuvole fatte di calzini e dagli alberi pendevano orologi che facevano tutti le sette e mezza.
Ad un certo punto Carlo, tutto preoccupato, mi ha detto che dovevamo scendere perchè alle sette e mezza la signora Luisa veniva a chiamarci nella cameretta per la cena. Peccato, stavo guardando un aquilone che dava da mangiare ai suoi aquilonotti.
Siamo scesi, Carlo ha spento il computer e siamo tornati nella camera senza fare rumore, solo ciac-ciac con le mani.
Dopo la cena è arrivata la mamma di Carlo così siamo dovuti tornare nella cameretta a fare i compiti per finta. In realtà abbiamo parlato di quello che avevamo visto e abbiamo riso tanto. Poi mio papà ha suonato alla porta e son dovuto andare via. Prima di andare via Carlo mi ha detto nell'orecchio che la sedia magica era un nostro segreto e che ci dovevamo rivedere per tornarci sopra.
Papà era stanco perchè aveva gli occhi da pelouche, ma è sempre così quando fa il secondo turno.
Il giorno dopo a scuola io e Carlo abbiamo deciso che saremmo tornati sulla sedia martedì (che era ieri).
Lunedì però Carlo non ha parlato per tutto il giorno, non ha giocato con noi a calcio contro la II B in porta. Io gli ho chiesto se era triste e lui mi ha detto che non potevo andare più a casa sua perchè sua mamma e suo papà non si volevano più bene e lui andava a vivere con lei dalla nonna. Mi ha detto che forse non potevamo più tornare sulla sedia magica, e che tanto solo i bambini credono alla magia.
Poi si è girato ed è tornato in classe, da solo.

lunedì, novembre 05, 2007

Flashback

«Capite, signore [...] non è delle cose che amo parlare, ma del significato delle cose. E mentre seggo su questa panca e mi guardo intorno so di essere vivo.»
Professor Faber, pag. 88.



Avevo vent'anni quando scelsi di di cambiare vita. Sognavo di fare il pubblicitario. Poi un giorno mi accorsi di volere altro e nell'estate dei miei ventisei anni presi una bici e un taccuino. Partii per la Sicilia, pedalando. Arrivai a Genova e mi fermai. Non ce la facevo. Tornai indietro, alla mia vita. Convinsi un amico a fare la rivoluzione. Comprai una vecchia Norton 500 e partii per Capo Nord. La moto non ce la fece e tornai indietro.
Poi dopo qualche anno decisi di partire e fare lo scrittore. Finii negli Stati Uniti, a lavorare per una modesta rivista di viaggi, la gran parte dei quali fatti attaccato ad un computer. Stufo decisi di cambiare ancora. Chiamai un amico che mi aiutò a diventare volontario in Africa. Passai un anno laggiù per scoprire che l'universo è negli occhi di un bambino. Ma volevo altro, avevo bisogno di cambiare. Tornai in Italia, scrissi un libro sulle mie avventure, me lo pubblicarono ma non ebbe successo. Mi innamorai di Ida, ma per poco. Scappai ancora. Ero senza soldi, accettai un lavoraccio in Cina per una multinazionale, ben pagato. I soldi si accumulavano e io passavo le giornate a fissare la parete della mia stanza, vuota. Decisi di mollare tutto e tornai in Italia. Avevo quarant'anni. Avevo ancora voglia di rivoluzione. Incontrai per caso Nadia, una vecchia amica troppo dolce per piacermi. Mi chiese di sposarla e lo feci. Mi chiamarono a fare il professore. Insegnavo filosofia della visione. Feci qualche anno e poi via di nuovo. Nadia mi seguì. Scrissi fiabe per i miei tre figli e con le fiabe trovai la pace. Pochi soldi, come al solito. Con quel poco che avevo mi trasferii in Sicilia dove presi una casetta sul mare e una piccola barca. Nadia mi seguì. Una mattina mi svegliai con la sua mano nella mia. Nadia mi aveva lasciato. Passai gli ultimi anni della mia vita a scrivere Haiku, da solo, io e il mare. Sognavo ancora la rivoluzione, e l'Italia in bici, e Nadia. Mi sentivo un fallito; lo diceva Ida, sei un inconcludente.
Poi un giorno vennero i miei figli e la più piccola, Melania, accarezzandomi la testa mi disse: "papà, tu sei il migliore perchè non ti sei fatto rubare i sogni".
Feci l'ultima nuotata, l'odore del mare, il silenzio delle onde, i gabbiani. Feci l'ultimo respiro, chiusi gli occhi e cominciai a sognare, finalmente.



venerdì, novembre 02, 2007

Quarto su cinque.

Undici anni fa, erano i primi giorni di maggio, andai a Rimini per le finali dei campionati di pallacanestro di non ricordo quale categoria. Un decoroso quarto posto, su cinque.
Però almeno ho visto Rimini a maggio che ne vale la pena.
Al ritorno, sul treno (...), salirono qualche centinaio di alpini di ritorno dal raduno nazionale, che quell'anno era in Romagna.
Come al solito speravo che a nessuno di loro passasse per la testa di sedersi di fronte a me, anche se era uno dei pochi posti liberi rimasti; o meglio, in realtà era occupato, ma dai miei piedi. Il tempo di elaborare il concetto e un uomo mi chiese di sedersi proprio su quel sedile. Era un uomo anziano, forse ottant'anni, alpino.
Il classico vecchio i cui lineamenti raccontano la Storia. Gli zigomi di vino, gli occhi colmi di guerra e il sorriso di chi ha tanti nipoti.
Qualche frase di circostanza sul tempo, i treni, lo studio. Poi mi chiese per quale motivo fossimo su quel treno e da lì parte la vera storia.
Dei ragazzi amanti dello sport di Torino erano sicuramente amanti del calcio e della Juventus, ai suoi occhi. Due dei miei compagni di squadra, seduti al mio fianco, lo erano. Io no. Gli chiesi se lui amava il calcio e quale fosse la sua squadra.
La discussione si trasformò per incanto da discorso da bar a saggio di filosofia.
Il vecchio alpino ci parlò di una squadra, il Torino del dopoguerra, il simbolo della voglia dei suoi tifosi, gli abitanti della città, di ricostruirsi. Ci raccontò di giocatori che andavano alle partite in Tram, insieme ai tifosi, di chiacchierate a bordo campo con l'allenatore, di quella tromba che suonava nei momenti di difficoltà e che dava la carica a tutti. Lui parlava e io mi facevo sempre più piccolo, col mio giornalino in borsa pieno di campioni che non avrei mai neanche visto di persona, o a cui non avrei mai potuto stringere la mano, chissà perchè.
Ogni racconto è un insegnamento se fai le domande giuste; gli chiesi se tifava ancora Torino e lui mi disse di no, che il calcio moderno non faceva per lui. E poi aggiunse di tifare Udinese, con la tipica coerenza da vino. Un torinese che tifa Udinese?
Lui prese tempo con un sospiro, mi guardò (e quando la guerra ti guarda negli occhi la stai ad ascoltare) e mi disse una cosa: ma che senso ha tifare per i vincenti? Quale emozione può darti veder vincere chi è ricco e potente? Io tifo Udinese perché sono appena saliti in serie A, perché sono giovani e perché sono i più scarsi. Poi, se vinceranno, diventeranno ricchi e potenti allora gioirò, e poi tiferò per qualcun altro.

Arrivammo a Torino insieme, mi diede una pacca sulla spalla e si allontanò, piano piano.