lunedì, dicembre 24, 2007

Quel numero non in rubrica.

Quest'anno mi son promesso di evitare gli auguri in liquidazione. Scriverò un messaggio ad ogni amico o amica che avrò il piacere di sentire. Scorrendo la rubrica incontrerò decine di nomi di amici e di gente incrociata per qualche minuto e poi persa. Andrò secondo umore e istinto.
Come sempre.
Riflettevo sul numero di una persona che volevo salutare. Ma che in rubrica non c'è.
É il numero di un ragazzo conosciuto quando facevo il lavapiatti. Lo chiamo Sandro, anche se il suo nome è un altro. Io facevo il lavapiatti, lui il lavatuttoilresto.
Sognava, anzi sogna, di fare il falegname. Studia durante il giorno per questo, alzandosi alle sette; poi stacca e viene al ristorante. Testa bassa fino alle tre di notte e poi via, altro giro.
É un ragazzo secco secco, con la voce da folletto e i modi gentili.
Lavora tutti i giorni, fino alle tre di notte, per pagarsi l'affitto del suo piccolo "laboratorietto" (lo chiama così) nascosto in periferia e per comprarsi i macchinari di seconda mano.
In pieno dicembre, alle tre, uscivamo a buttare l'immondizia e nel tragitto ci raccontavamo i nostri progetti, i sogni.
Questa sera lui sarà al lavoro saltellando allegro tra i fornelli, sempre di buon umore, con in testa il suo trapano di seconda mano e il catalogo Brico nello zaino.
Alle tre pulirà, poi si cambierà, butterà l'immondizia; poi saluterà tutti, zaino in spalla e con lo scooter tornerà a casa, nella nebbia. Nella testa, un trapano di seconda mano e nella borsa il catalogo Brico.
Auguri.

lunedì, dicembre 17, 2007

Osvaldo.

Devo parlarvi del mio amico Osvaldo.
Osvaldo è un millepiedi quasi come me, cioè dico quasi perché è un po' strano. É grande e grosso -infatti lo chiamo sempre Osvaldone- ed è anche un po' sfortunato. Purtroppo è nato con dei problemi alle zampe, perché glie ne mancano sei. Quattro da una parte e due dall'altra. Per questo ha qualche problema a camminare diritto. Infatti lo chiamo sempre Osbando.
É anche un pochino tonto, perché non capisce cosa gli dici e ride sempre. Quando ride è veramente buffo, perché fa un rumore strano. Tipo quando voi umani soffiate dentro le bottiglie.
Io Osvaldo lo conosco da larva perché eravamo vicini di buco.
Quando eravamo alle scuole elementari tutti lo prendevamo in giro per il suo modo di camminare, infatti lo chiamavamo sempre Osvarione. La maestra però ci diceva di trattare bene Osvaldo perché era un millepiedi sfortunato che aveva una maestra solo per lui.
La madre di Osvaldo lo veniva sempre a prendere e gli voleva proprio tanto bene, infatti lo chiamava sempre Osbaldo.
Io da larva ero proprio cattivo con Osvaldo perché anche io ridevo di lui. Che ci posso fare, mi faceva troppo ridere; arrivava con il suo zaino, piano piano, fischiettando, e poi, puntualmente, quando saliva i gradini della scuola, a causa del suo problemino, inciampava e finiva con la pancia in su.
Noi ridevamo tutti perché era veramente troppo divertente, infatti lo chiamavamo sempre Osballo.
E lui se ne stava lì, con la pancia all'aria, con le zampette che si muovevano, e rideva, ma rideva tantissimo, con la sua voce da bottiglia. E noi tutti pensavamo che era proprio tonto.
Poi, dopo cinque minuti, faceva uno sforzo e si girava. E noi facevamo il tifo per lui:
«Os-bal-lo! Os-bal-lo!».
E lui si girava, ci salutava e andava verso la classe.
Non vi dico quanti scherzi gli abbiamo fatto, solo perché ci faceva ridere quando finiva a pancia in su. Eppure lui rideva, e noi non capivamo perché. Forse perché era un po' tonto.
Anche adesso le cose non sono cambiate. Tutti noi millepiedi lavoriamo nell'industria Largalafoglia, anche Osvaldo. Lui però fa un lavoro diverso perché ha dei problemi alle zampe ed è un po' tonto. Quindi fa cose molto semplici.
Ogni mattina lo vedete passare lento lento in via La Stretta, con la sua camminata storta, e tutti aspettiamo che finisca a pancia in su. E quando succede (sempre) ridiamo tutti quanti. E anche lui ride, ma ride tantissimo. Poi, dopo cinque minuti fa uno sforzo e torna in piedi. Ci saluta e torna al lavoro. Lento lento.
L'altro giorno mi è successa una cosa strana. Poco fuori città ci sono le palme; ogni tanto vado lì perché mi piace scivolare velocissimo sulle foglie di palma. Ci sono le curve, i salti e le paraboliche. É proprio divertente, e io sono bravissimo.
Ma l'altro giorno qualcosa è andato storto. Mi sono distratto, ho fatto male una curva e sono volato fuori. Ho sbattuto una zampa contro un fungo e sono caduto. Che dolore! Non avevo mai avuto così male. Non riuscivo più a camminare, perché noi millepiedi se ci facciamo male a una zampa è un grosso problema.
Ero lì che gridavo per il dolore quando, piano piano, arriva Osvaldo. Penso tornasse a casa, lui ora abita lì.
«Ehi, amico! Cosa ti succede!», mi disse.
«Ma che amico, Osvaldo, sono io! Dammi una mano!»
«Ah si, è vero, sei tu». E rideva, da bottiglia.
«Ma cosa ridi, scemo! Dammi una mano, che devo tornare a casa!», gli gridai.
«Ok». Disse solo questo, si è avvicinato a me e si è appoggiato sul mio fianco.
«Ora cammina appiccicato a me, ma non usare la zampa che ti fa male!»
«Ma come faccio a non usarla?». Certe volte Osvaldo è proprio tonto.
«Ma è facile, appoggiati a me!».
Non ci crederete, sono riuscito a camminare. Anche senza una zampa!
«Adesso andiamo a casa tua, ma piano piano».
«Osvaldo, è tardi. A che ora arriverai a casa?»
«Ma a me piace passeggiare! Così non è mai tardi». Mi rispose.
Non sapevo cosa rispondergli. Parlava e intanto rideva, da bottiglia. Mi sono fatto accompagnare.
Dev'essere un po' scemo.
Ora che lui mi stava aiutando così generosamente mi sentivo in colpa per tutte le cose che gli avevo fatto in passato.
«Osvaldo, devo chiederti scusa».
«Scusa? Perché?»
«Beh, insomma, per come ti ho trattato in tutti questi anni. Per tutte le volte che ho riso di te. Per tutte quelle volte che non ti ho aiutato quando finivi con la pancia per aria. Non deve essere bello per un millepiedi essere trattato così».
«Ah, ok. Ma io sono felice!».
Ho pensato che fosse scemo, ma non l'ho detto.
«Felice? Perché?».
«Perché io sono un novecentonovantaquattropiedi!».
Si, è scemo.
«Non capisco», gli dissi, educatamente.
«Lo so, io non sono come tutti gli altri, sono un po' tonto e non sono bravo a camminare perché sono nato con il problemino. Ma io sono felice! La mia mamma mi vuole bene e dice che sono bello. Quindi io sono felice».
«Ma scusa, e quelli che ti prendono in giro?»
«Ma si! Io faccio ridere perché io sono buffo!». E rideva, da bottiglia.
«Ma non ti dispiace che ridano di te?», gli ho risposto.
«Ma io rido di me perché sono buffo e goffo. Gli altri ridono di me perché hanno paura di essere come me, quindi sono tristi. Io sono felice. É bello ridere perché si è buffi. Io sono contento di Osvaldo perché forse non lo sai, ma io sono bellissimo».
Rideva. Era commovente.
«Ma se nessuno ti aiuta non ti dispiace?», gli chiesi.
«Si, un po' si. Mi dispiace che non vedete il cielo con me».
É un po' matto, Osvaldo. Perdonatelo.
«Quando finisco con la pancia all'insù posso stare cinque minuti a guardare il cielo che è proprio proprio bello! Ci sono gli uccelli con le ali aperte, e delle specie di funghi grossi grossi tutti bianchi. E le farfalle sono più belle».
A noi millepiedi il cielo ce lo raccontano le farfalle, o le mosche, perché noi non possiamo vederlo. Noi abitiamo per terra o negli alberi.
«Il cielo?».
«Si! Guarda!». E nel dirlo mi ha dato un colpo fortissimo con il suo fianco ciccione. Io sono rotolato con la pancia per aria.
«Arrivooo!» anche lui si è rigirato.
«Ma tu sei matto! E ora come ritorniamo in piedi! Dammi una zampa, subito!».
«Ma no! É facile tornare in piedi! Guarda, guarda!». Mi disse.
Ero agitatissimo, avevo paura di non riuscire più a tornare a casa. Di restare lì. Quel tonto ciccione rideva a crepapelle. Guardai verso l'alto, il cielo. Noi millepiedi non siamo bravi a parlare, quindi non posso raccontarvi che grande emozione ho provato in quel momento. Ho cominciato a ridere anche io, senza accorgermene.
«Guarda quanto è grande!», diceva Osvaldo. E rideva da bottiglia.
«Vedi? Per guardare il cielo non servono le zampe!», mi disse. E rideva, ma rideva tantissimo.
Restammo qualche minuto a guardare il cielo, ridendo.
Poi fece uno sforzo, si girò. Mi aiutò a tornare in piedi, poi mi riaccompagnò a casa. Piano piano. Poi tornò a casa sua, ridendo da bottiglia. Era notte.
Osvaldo, il mio amico novecentonovantaquattropiedi.

lunedì, dicembre 10, 2007

Mani.


Avevo promesso a me stesso che non avrei parlato di attualità, su questo blog.
Sta volta non ce la faccio.
La storia di ThyssenKrupp.
È che mi fa incazzare il modo in cui ne parlano.
Biada per finti sindacalisti e rivoluzionari in doppiopetto. Col culo su una poltrona della Scala larga lo stipendio di un quinto livello metalmeccanico.
Bella roba.
Tanto, noi operai siamo burattini sottopagati; nella migliore delle ipotesi scheda elettorale.
Parlino quanto vogliono in TV, noi domani quei cancelli li passiamo comunque.
Dice che uno c'aveva tre figli, l'altro due, uno aveva ventisei anni.
Avete mai fatto caso a le mani di un operaio?
In quelle mani ferro e grasso diventano epidermide. Come pietre delicate.
Ricordo le carezze di papà, le poche che meritavo.
Cartavetro.
Già da piccolo ti accorgi che tuo padre è diverso, che tu sei diverso.
Quelle mani di cartavetro ti grattano la faccia per farti capire che te lo devi scordare. Qualsiasi cosa sia. E se proprio lo vuoi, beh, qui nessuno ti regala niente.
Te lo devi guadagnare, grattarlo via dalla vita.
Perché nessuno dice perché?
Perché? Semplice, cazzo.
Perché un uomo, un marito, un padre, fa lo straordinario la notte invece di addormentarsi col proprio figlio tra le braccia?
Perché?
Sai perché? Chi lo dice a tuo figlio che cos'è un padrone di casa? Che cos'è uno sfratto? Chi lo dice a tuo figlio che quel giocattolo, e poi quelle scarpe, e poi quella macchina, le lasci comprare ai suoi amici, che noi non si può? Chi dice a tuo figlio che in gita non ci andrà?
Tirano fuori sempre la solita storia. Quella della fine del mese.
Puttanata.
Le mamme operaie hanno i coglioni, ragazzi. E alla fine del mese, noi, ci arriviamo.
I colori non appartengono alla fabbrica. Né a chi ci lavora.
Mi si è stampata in mente la faccia di una delle mogli, senza una lacrima.
Le donne operaie non piangono, non di fronte ai propri figli. Lo fanno in bagno, da sole, e poi si lavano la faccia.
Domani quella donna sveglierà i bambini e li porterà a scuola, e preparerà da mangiare, e li metterà a letto.
E quanto è vero Iddio a calci nel culo se a scuola non ci vogliono andare.
E arriverà la domenica sera. E non dovrà preparare nessuna borsa. E non dovrà baciare distrattamente sulla guancia quel viso stanco.
E si laverà la faccia.
Mio padre diceva sempre. Mi vedi? Lo faccio per te, non per me.
A noi operai resta solo la tomba.

martedì, dicembre 04, 2007

Eeeehhh.

Alle 18:45 l'altoparlante della metropolitana ha rassicurato tutti i passeggeri che nonostante il piccolo problema tecnico il treno sarebbe ripartito a breve. Mi raccomando, non abbandonate le carrozze. Queste scene mi fanno venire in mente Orwell.
La gente non si è mossa dai propri posti, per carità, così dopo un quarto d'ora siamo ripartiti. Ai nostri posti. Il treno era stracolmo a causa dei sei turni persi.
Io non so come mai, ma devo avere una certa sensibilità per questo tipo di cose. Immagino che sia dovuta al fatto che le ho vissute e me le porto sotto pelle.
Tra la gente in piedi nella carrozza ho individuato tre donne, e ne sono sicuro, erano donne delle popolari. Non voglio che quello che scrivo ricordi in alcun modo un trattato di etologia, quindi mi permetto di usare del "noi".

Noi gente delle popolari ci riconosciamo subito. Le scarpe del Carrefour, i jeans del mercato "solo 10 Euro" e il piumino di una taglia più larga, che deve durare. E guardate, non lo facciamo per moda o perchè siamo contro la globalizzazione. Lo facciamo perchè possiamo permettercelo. Ogni tanto giriamo con i vestiti che sembrano quelli di marca, ma ci sgamano subito, perchè manco i falsi ci possiamo permettere. Non è detto che per forza abitiamo alle popolari, quelle ci devi fare la coda. Magari abitiamo nei quartieri che nessuno si caga perchè ci sono i rumeni e i marocchini. In affitto, ovvio. Le nostre madri non vanno mica dal parrucchiere, fanno tutto in casa, magari dalla vicina, e le riconosci dalla pettinatura indietro di dieci anni e dal biondo con la ricrescita. Tua madre è così. Tua zia è così. Tua nonna è così. Tua moglie sarà così. Tua figlia sarà così.

Oggi ero lì seduto e mi immaginavo la loro storia. Perchè mi è ritornata in mente.

Sono andate in centro, in pullman ovvio. A fare un giro per vetrine. A guardare abiti che non si compreranno mai, magari a provarli. Perchè provare non costa nulla.
Io mi immagino una di loro, che si avvicina alla vetrina di scarpe, magari da Jew's, in piazza Castello. Centoventi euro. Entra, chiede di provarle, un 36 che calzi stretto.
C'è.
Ne prova una: ah, che comoda. Infila l'altra. Stupende. Comincia a camminare tenendo su i pantaloni e guardandosi allo specchio, sarebbero perfette. Magari per natale...poi riflette.
E i bambini? No, i loro regali non si toccano, già mandano giù rospi tutto l'anno, no. E poi, con ste scarpe ti devi comprare i pantaloni apposta, e la giacca, e la camicia.
No, troppo. No.
E poi, a pensarci bene, mi fanno anche un pò male in punta. La commessa torna e chiede come va, dice che stai benissimo. Già, grazie, proprio quello che non dovevi dirmi.
Mah, voglio sentire anche un attimo mio marito, grazie. E esco dal negozio.
Eeeehhh.
Un sospiro. Quante volte girando con mia madre da bimbo la vedevo sospirare davanti a una vetrina di scarpe. Perchè costano troppo. Quel sospiro è una cosa che se ci penso mi fa male, e me ne ha fatto. Ma almeno mi ha permesso di crescere come sono. È una di quelle cose che nessun politico dirà mai, nè finirà in qualche sondaggio, nè in qualche stupida ricerca di mercato. Quella passeggiata sui tacchi con i jeans arrotolati sotto le ginocchia. E poi il sospiro.
Eeeehhh.
Guardavo quella donna che è scesa con me, andava alle popolari. Avevo ragione.
Me la sono immaginata di ritorno a casa. La cena da preparare, i bimbi guardano la tv. Tuo figlio che le dice che a Babbo Natale ha chiesto la pista delle macchine, per la centesima volta.
Eeeehhh.
Suo marito che torna dal secondo turno, lei che le dice delle scarpe ma non le dice il prezzo. Tanto erano scomode. Ma dimmi te, con quello che costano.
Ancora una volta lei che dice al marito della pista delle macchine e il marito che dice che non ci sono i soldi.
Io mi immagino la notte di natale. Suo figlio andrà a dormire tardi.
Non riuscirà a prendere sonno.
Ma poi si addormenterà.
Alle 8 del mattino lei dormirà e suo figlio sarà sveglio.
Arpirà gli occhi, metterà la mano sotto il letto e sentirà una scatola, lunga che non finisce più.
Scenderà di corsa dal letto e tirerà fuori il regalo.
E lo aprirà.
E tremerà per dieci secondi dieci.
E poi: "Mamma, papà, B-Bbabbo Natale!!! L-l-la pista!!!"
E comincerà a saltare per la casa ridendo, piangendo di gioia.
E abbraccerà papà.
E abbraccerà mamma.
E lei lo guarderà, per un attimo penserà alle scarpe, e poi alle vacanze che anche quest'anno non farà.
E farai un sospiro, mamma.
Eeeehhh.