mercoledì, febbraio 27, 2008

Alberi e cemento.

Poco lontano dalla mia vecchia casa c'era un teatro, il teatro Massaua. Fino a una decina di anni fa facevano spettacoli e un film ogni tanto, mentre il sabato e la domenica c'era la sala da ballo dove le ragazze e i ragazzi andavano per conoscersi. Poi è successo che la gente non ha più avuto voglia di conoscersi ed è rimasto chiuso e abbandonato per un pò. Ora hanno aperto al suo posto un cinema multisala.
Attaccato al teatro, ma proprio attaccato, c'era un piccolo pezzo di terra recintato, e in quel piccolo pezzo di terra c'era un bosco. Giuro, un bosco, in mezzo alla città.
Da quando ho memoria ricordo di quel bosco dietro la fermata dell'autobus, con i suoi alberi grandissimi e l'erba più alta di me. Ammetto che a sette anni certe cose fanno abbastanza impressione; non si riusciva a vedere nulla dell'interno, niente.
Era ovvio per me, allora, che dentro quel bosco dovesse esserci una casetta abbandonata abitata da un vecchio contadino malvagio e che sopra uno degli alberi fosse imprigionata una bambina che, allora, aspettava di essere liberata. Da me. Ma la cosa che ricordo con più precisione è che ero sicuro, anzi, ne avevo la matematica certezza, che dentro quel bosco ci fossero i dinosauri. E continuavo a chiedermi come mai mia madre e mio padre non ne fossero convinti quanto me.
Poi le cose nella vita cambiano, mi sono trasferito, sono cresciuto. E di quel bosco me ne sono dimenticato.
Ieri, andando a lavoro in bici, sono passato davanti al vecchio teatro, quindi al bosco.
Lo hanno disboscato, ripulito, bonificato, derattizzato, sanificato. Hanno rimosso qualche albero, tolto le erbacce, insomma. Ora è più decoroso.
Probabilmente toglieranno tutti gli alberi restanti per fare un pò di spazio per qualche "impresa vende - appartamenti signorili".
Ho buttato un occhio dietro la recinzione, visto che ora è possibile vedere tutto dell'interno. Parecchi tronchi segati alla base, cespugli, foglie secche, cartacce e qualche rifiuto. Nessuna traccia della casetta o della prigione della mia principessa.
Per un granello di secondo ho provato delusione. Poi ho proseguito.
Peccato.
Ma adesso, mi chiedo, dove li hanno trasferiti i dinosauri?

sabato, febbraio 23, 2008

Otto secondi.

L'altro giorno sono tornato a casa in metropolitana. Pioveva, niente bici.
Amo la metro di Torino perché è quasi tutta vetro. Spingendo lo sguardo oltre il tuo naso ti accorgi, se vuoi, che fuori dal tuo vagone ci sono centinaia di altre vite che scorrono per poi entrare in apnea in quel treno, per dieci minuti.
Compagni di scuola che si strattonano per lo zaino, comari che chiacchierano, una ragazza su tacchi a spillo che parla al telefono.
Amo la metro di Torino perché è insonorizzata. Non riesci a decifrare cosa quelle vite si stanno dicendo. Quegli otto secondi in cui il treno si ferma diventano centinaia di potenziali racconti di una pagina sola, con te come autore.
A Porta Susa il treno riposa qualche secondo in più. Lì ho scritto il mio racconto di una pagina sola.

Lei salta al collo del suo ragazzo, lo bacia intensamente. Lui le stringe i fianchi. Con loro c'è un amico di lui, grassoccio, un pò sfigatello. Certo, l'altro,Lui, è un altro vedere.
Mentre i due si abbracciano l'amico grassoccio guarda per terra, gli occhi lucidi.
È triste.
Parte il fischio, le porte stanno per chiudersi. Lui molla la presa, lei saluta con doppio bacio di circostanza l'amico grassoccio.
L'amico grassoccio ha già alzato lo sguardo. Sorride.
Ripartiamo.
I due amici risalgono le scale. Parlano di Lei.
«Dio che culo che c'ha. L'hai visto?». Dice Lui.
«Si».
Parleranno tutto il viaggio di Lei, del suo culo. Forse fa i pompini, dice Lui.
Lui parla, parla. L'amico grassoccio non ascolta sempre. Ogni tanto pensa ad altro. Pensa alle mani di Lei, a quella fossetta a destra della bocca, al suo pizzicarsi la lingua quando sorride.
«Ma perchè non te ne accorgi?». Lo pensa soltanto.
I due sono quasi arrivati a casa. Lei chiama.
L'amico grassoccio guarda per terra, gli occhi lucidi.
Si salutano velocemente, una pacca sulla spalla.
L'amico grassoccio va verso il portone di casa, Lui è ancora al telefono.
Prende l'ascensore. Di fronte allo specchio comincia a pizzicarsi la pancia. Le guance. Ho le gambe storte. Devo andare in palestra.
Si pizzica la lingua quando sorride. Gli occhi lucidi.
Apre la porta di casa, saluta la madre. Tutto è andato bene, mi sono divertito, sai?
Il fratellino lo saluta indifferente.
L'amico grassoccio si spoglia.
La fossetta a destra della bocca.
Mette il suo pigiama, bello largo che non si vede la ciccia.
Spegne la luce della stanza.
Forse fa i pompini, dice Lui.
Affonda la faccia nel cuscino. I suoi fianchi grassocci vibrano al ritmo dei singhiozzi.