venerdì, maggio 09, 2008

Sguardo altrove.

Non riesco proprio a metter giù niente. Però mi è venuta voglia di postare tutte quelle cose che, per vari motivi, trovo interessanti, in modo da condividerle un pò. Sotto c'è un brano di uno scrittore americano, Paul Theroux, scrittore (anche) di romanzi di viaggio. L'originale è parecchio lungo, ho tagliuzzato qua e là dove mi sembrava opportuno. Ovviamente spero vi muova qualcosa dentro.


Ho viaggiato per più di dieci anni - in Europa, Asia e Africa - e non mi era mai venuto in mente di scrivere libri di viaggio. Non mi piacevano, mi parevano compiaciuti, poco divertenti e molto selettivi. Avevo il sospetto che lo scrittore lasciasse fuori moltissime cose e accentuasse gli aspetti più eclatanti.[...] Io detestavo gli itinerari turistici eppure era quello il materiale dello scrittore di viaggio: le Piramidi, il Taj Mahal, il Vaticano, il tal quadro, il tal mosaico.In un'epoca di turismo di massa, tutti partivano per vedere le stesse cose e la letteratura di viaggio era un pò questo. Parlo dei primi anni Sessanta, quando ho cominciato a girare.
I libri di viaggio erano una noia mortale, scritti da autori noiosi per lettori noiosi. Trovavo irritante che un viaggiatore nascondesse i propri momenti di disperazione, paura, debolezza. O il momento in cui litigava con il tassista o rideva dei ballerini folcloristici. E che cosa mangiava, che libri leggeva per ammazzare il tempo, e come erano le toilette. Ho viaggiato abbastanza per sapere che la metà di un viaggio è fatta di ritardi e contrattempi: pullman in panne, impiegati d'albergo maleducati, venditori assillanti. Il viaggio vero è avvincente e dissonante, e sono pochissimi quelli che ne hanno mai saputo scrivere.
[...] Il viaggio ha a che vedere con il movimento e con la verità, significa aprirsi all'esperienza e raccontarla. È fondamentale essere da soli, autonomi e anonimi. E scegliere l'itinerario giusto - il percorso migliore, il modo più consono di spostarsi - era per me la strada più sicura per fare esperienza. [...] I treni sembravano la scelta più felice. In treno si può fare tutto, vivere la propria vita percorrendo lunghe distanze. Poco stress, qualche comodità e un che di romantico nell'idea stessa di salirci sopra. [...] Il libro di romanzi che vagheggiavo aveva a che vedere con i treni, ma ne ignoravo il perscorso; sapevo solo che sarebbe stato un viaggio lungo e in solitario. Immaginavo un lungo libro con tante persone e tanti dialoghi, e nessun monumento. Ma poi, incalzato dalle domande dell'editore, decisi: un viaggio in treno attraverso l'Asia. Potevo partire da Londra, con l'Orient Express. E studiando l'itinerario, vidi che avrei potuto attraversare la Turchia, l'Iran e il Beluchistan e, dopo un breve tratto in pullman, salire su un treno a Zahedan, proseguire fino in Pakistan e sferragliare per quasi tutta l'Asia. La mia idea era di andare in Vietnam, prendere il treno per Hanoi, e poi continuare fino in Cina. Mongolia. Unione Sovietica. Gran parte del viaggio si rivelò impraticabile, se non impossibile. Quando dissi che volevo girare la Cina in treno, l'ambasciata cinese mi attaccò il telefono in faccia. [...] Lo scoppio di una rivolta in Beluchistan impose un cambio di rotta attraverso l'Afghanistan. Decisi di includere il Giappone e fare tutta la Transiberiana. Non mi importava dove stavo andando, mi bastava essere in Asia per poter viaggiare in treno e avere i visti. Non avevo nessuna voglia di lasciare la mia famiglia a Londra. Non avevo mai fatto un viaggio del genere prima, per raccogliere materiale sul quale scrivere. [...] Non mi preoccupavo tanto del viaggio, anche se ero tormentato da un oscuro presentimento, fisico e mentale, l'ansia costante di morire. [...] Se me ne rimanevo a casa, seduto, a mangiare e a bere, non sarebbe mai accaduto. Mi immaginavo coinvolto in uno stupido incidente, come quel monaco, scrittore e poeta di nome Thomas Merton, che uscito da un monatero del Kentucky, dove aveva trascorso ventisette anni, era morto a Bangkok la settimana seguente, fulminato dai fili scoperti di un ventilatore.
[...] Rientrato a casa scoprii che, durante la mia assenza, nel cuore di mia moglie ero stato sostituito da un altro uomo. «Ho fatto finta che fossi morto», mi disse. Era terribile per me, dato il mio fragile stato mentale dopo quel difficile viaggio. Mia moglie cercò di rassicurarmi - mi amava ancora - ma io ero inconsolabile, mi sentivo arrabbiato e tradito. Cercai rifugio nel mio libro e, grazie a quella strana alchimia che trasforma la tristezza in umorismo, gran parte di quello che scrissi risultò divertente.
[...] Fu una soddisfazione che il mio Bazar express (presi il titolo dal nome di una stada in India) fosse andato bene. Mentre lo scrivevo non sapevo che ogni viaggio è unico. Il mio libro parla di un viaggio che è mio e di nessun altro. Anche se qualcuno fosse venuto con me e avesse scritto un libro di quel viaggio, sarebbe stato un libro diverso. Un'altra cosa che non sapevo a quel tempo era che ogni viaggio ha una sua dimensione storica. Poco tempo dopo, i paesi dove ero stato attraversarono grandi rivolgimenti politici. [...] Molti dei piccoli treni che avevo preso non erano più in servizio, l'Orient Express in particolare. L'omonimo treno che oggi va da Londra a Venezia è per ricconi amanti delle comodità e le cui sontuose fantasticherie sul viaggio non hanno nulla a che vedere con la realtà. Per quanto malconcio fosse il mio Orient Express, perlomeno potevo incontrarci ogni genere di persone, ricchi e poveri, giovani e vecchi, che facevano avanti e indietro dall'Europa all'Asia. Era economico e accogliente, e come tutti i grandi treni, era un mondo con le ruote.
[...] Ero in cerca di avventura quando m'imbarcai per il viaggio che poi diventò L'ultimo treno della Patagonia. [...] Il mio intento era quello di prendere il treno che prendevano tutti per andare al lavoro, e poi continuare ad andare, cambiare treno fino al capolinea, che era la piccola stazione di Esquel, in Argentina, nel cuore della Patagonia. [...] Poichè ero al mio secondo libro del genere, avevo un'idea di massima del tipo di viaggio che volevo fare. Più di ogni altra cosa, volevo incontrare persone particolari e dare loro vita.
[...] Viaggiare in aereo è molto facile, e seccante, e provoca sempre una certa ansia. È un pò come andare dal dentista; persino le poltrone sono come quelle del dentista. Viaggiare via terra è lento e molto più problematico, ma quella scomodità è del tutto umana e spesso rassicurante.
[...] Un libro di viaggio dovrebbe farci vedere volti e luoghi, farceli sentire, odorare. C'è anche una componente dolorosa, ma il viaggio - il suo stesso movimento - dovrebbe suggerire speranza. Disperazione è starsene in poltrona, l'indifferenza e gli occhi vitrei pieni di curiosità. Credo che i viaggiatori siano fondamentalmente degli ottimisti, perchè se così non fosse, non andrebbero da nessuna parte. E un libro di viaggio dovrebbe restituire lo stesso ottimismo.