lunedì, dicembre 22, 2008

Piccola favoletta per natale.

(chi mi conosce sa della mia "passione" per le favole e le filastrocche. Ho ripescato dalla cantina un vecchio romanzo di Gianni Rodari (stupendo) e, rileggendolo, ho trovato un capitoletto che mi è sembrato parecchio attuale. visto che siamo sotto Natale...)

Storia breve ma senza riguardi del paese dei bugiardi.

Devi sapere, — cominciò Zoppino...
Ma io abbrevierò il suo racconto, per non farvi perdere troppo tempo, come segue.
Molto tempo prima che Gelsomino arrivasse in quel paese straniero, vi era giunto dal mare un abile ed audace pirata, chiamato Giacomone: un uomo abbastanza grande e grosso da portare un nome simile senza piegarsi, e abbastanza avanti negli anni da desiderare una sistemazione.
«Ormai — egli si era detto — la gioventù se n'è andata. Di correre il mare sono stufo. È meglio che io occupi qualche isoletta e mi ritiri dalla professione. Non dimenticherò mai i miei pirati, certo: li nominerò maggiordomi, camerieri, stallieri, fattori, e non avranno da lamentarsi del loro capo.»
Fatto questo progetto, cominciò a cercare la sua isoletta, ma erano tutte troppo piccole per i suoi gusti. E se andavano bene per i suoi gusti non andavano bene alla ciurma. Uno ci voleva il fiume per pescare le trote, e il fiume non c'era. Un altro ci voleva il cinematografo, un altro la banca per far fruttare i suoi risparmi di pirateria. — Perché non occupiamo qualcosa di meglio di un'isoletta?
Andò a finire, insomma, che occuparono un'intera nazione, con una grande città piena di banche e di teatri, con molti fiumi per pescare e andarci in barca la domenica, e fin qui niente di straordinario: succede abbastanza spesso che una banda di pirati si impadronisca di questo o di quel paese in qualche parte del mondo. Occupato il paese, Giacomone pensò bene di cambiare il proprio nome in quello di re Giacomone Primo e di nominare i suoi uomini ammiragli, ciambellani, cortigiani e capi dei pompieri.
Naturalmente Giacomone fece anche una legge che obbligava tutti a chiamarlo Sua Maestà, pena il taglio della lingua. Ma per essere sicuro che a nessuno saltasse in testa di dire la verità sul suo conto ordinò ai suoi ministri di riformare il vocabolario.
— Bisogna cambiare tutte le parole, — spiegò. — Per esempio, la "parola" pirata significherà "gentiluomo". Così quando la gente dirà che io sono un pirata, che cosa dirà, nella nuova lingua? Che io sono un gentiluomo.
— Per tutte le balene che ci hanno visto andare all'arrembaggio! - gridarono i ministri entusiasti. — Questa si che è un'idea di lusso, da mettere in cornice.
— Chiaro? — proseguì Giacomone. — Allora avanti: cambiate tutti i nomi delle cose, degli animali e delle persone. Per cominciare, alla mattina invece di «Buongiorno» bisognerà dire «Buonanotte»: così i miei fedeli sudditi cominceranno la loro giornata con una bugia. Naturalmente, al momento di andare a letto bisognerà dire «Buongiorno».
— Magnifico, — gridò uno dei ministri. — E per dire a uno «Che bella cera, avete» si dovrà dire «guarda che bella faccia da schiaffi!».
Fatta la riforma del vocabolario, promulgata la legge che rendeva obbligatoria la bugia, ne venne fuori una confusione incredibile.
Nei primi tempi la gente sbagliava facilmente. Per esempio, andava a comprare il pane dal fornaio, dimenticandosi ormai che ormai il fornaio vendeva quaderni e matite e che il pane si comperava dal cartolaio. Oppure andava ai giardini pubblici, guardava i fiori e sospirava:
— Che belle rose!
Subito saltava fuori da un cespuglio una guardia del re Giacomone, con le manette pronte.
— Ma bravo, bravo davvero. Siete in contravvenzione, lo sapete? Come vi salta in testa di chiamare «rose» le «carote»?
— Chiedo scusa, — balbettava il malcapitato. E in gran fretta si metteva a lodare gli altri fiori del giardino.
— Che splendide ortiche! — diceva indicando le viole del pensiero.
— No, no, non me la fate. Ormai il delitto lo avete commesso. Passerete un po' di tempo in prigione ad allenarvi a dire bugie.
Nelle scuole, quello che successe non si può descrivere. Giacomone aveva fatto cambiare tutti i numeri della tavola pitagorica. Per fare una somma bisognava fare una sottrazione. Per fare una divisione, una moltiplicazione. Per i somari una vera bazza: più facevano errori, e più erano sicuri che avrebbero ricevuto un bel voto.
E i temi?
Con le parole a rovescio, potete figurarvi che roba. Ecco per esempio come uno scolaro che poi fu premiato con una medaglia d'oro falso svolse il tema "Descrivete una bella giornata":

"Ieri pioveva: ah, che delizia andare sotto la pioggia che cadeva a goccioloni. La gente, finalmente, aveva potuto lasciare a casa ombrelli e soprabiti e andava in maniche di camicia. A me non piace quando c'è il sole: bisogna stare chiusi in casa per non bagnarsi, e si passa la notte a guardare i suoi raggi che scivolano tristemente sulle tegole della porta."

Tenete presente, per apprezzare pienamente la composizione, che le "tegole della porta" in quel linguaggio erano "i vetri della finestra".
Ma basta così: ormai sapete di che si tratta. Nel paese dei bugiardi persino gli animali avevano dovuto imparare a dire le bugie: i cani miagolavano, i gatti abbaiavano, i cavalli muggivano e il leone, nella sua gabbia al giardino zoologico, era costretto a squittire, perché il suo ruggito era stato assegnato al topo.
Solo i pesci nell'acqua e gli uccelli nell'aria potevano infischiarsene delle leggi di re Giacomone: i pesci perché stanno sempre zitti, e perciò nessuno può obbligarli a dire bugie; gli uccelli, perché gli acchiappacani non potevano arrestarli. Gli uccelli continuavano come sempre a cantare nel suo verso, e qualche volta la gente li guardava con malinconia.
— Beati loro, — sospirava la gente, — nessuno gli può dare la multa.
Ascoltando il racconto di Zoppino, Gelsomino era diventato sempre più triste.
«Come farò a vivere in questo paese? — pensava. — Con questa mia voce troppo forte, se mi scapperà detta la verità mi sentiranno tutte le guardie di Giacomone. Inoltre, è una voce così ribelle: chissà che fatica tenerla cheta.»
— Ecco, — concluse Zoppino, — ora sai tutto. E vuoi sapere un'altra cosa? Ho fame.
— Anch'io. Me n'ero quasi dimenticato.
— La fame è la sola cosa che non può essere dimenticata. Il tempo non le fa paura: anzi, più passa il tempo e più senti fame. Qualcosa troveremo, vedrai. Ma prima voglio lasciare un salutino a questo muro del quale sono stato prigioniero per tanto tempo.
E con la zampa di gesso scrisse, nel bel mezzo dell'impronta che aveva lasciato:

MIAO. VIVA LA LIBERTÀ.

tratto da "Gelsomino nel paese dei bugiardi" di Gianni Rodari, 1959.