martedì, marzo 24, 2009

giovedì, marzo 19, 2009

A papà.

Questo per mio papà, nel giorno della sua festa, che fra una settimana va in cassa integrazione dopo 39 anni di lavoro sotto pressa. Ma che stasera ci ha portato i pasticcini.
Per quel che vale:





Noi siamo quella razza che non sta troppo bene,
che 'l giorno salta ' fossi e la sera le cene.
Lo posso gridar forte, fino a diventar fioco:
noi siamo quella razza che tromba tanto poco.
Noi siamo quella razza che al cinema s'intasa
per veder donne ignude e farsi seghe a casa.
Eppure la natura ci insegna, sia sui monti sia a valle,
che si può nascer bruchi per diventar farfalle.
Ecco noi siamo quella razza che l'è tra le più strane,
che bruchi siamo nati e bruchi si rimane.
Quella razza siamo noi, è inutile far finta,
ci ha trombato la miseria e siamo rimasti incinta.

sabato, marzo 14, 2009

Mariù

Un pomeriggio stavo camminando per strada e non mi ricordo neanche il perchè.
Ad un certo punto è passato un macchinone potentissimo, sarà stato un Probosh Centomila Gittì. E faceva un baccano pazzesco!
Però come facevi a non guardarlo con tutto quel rumore? E infatti l'ho guardato, insieme a tutti gli altri abitanti del Piemonte. Solo che poi è schizzato via velocissimo chissà dove. Comunque mentre guardavo ho notato dall'altra parte della strada uno strano tipo: aveva un lungo impermeabile chiuso fino al collo, un cappello e l'ombrello blu. Voi direte che non c'è nulla di strano. Ok ok. Però era il 12 agosto e c'erano trentatrè gradi all'ombra. Al sole non so perché io stavo all'ombra.
Tutti lo guardavano incuriositi, i ragazzini si fermavano a pochi metri, sghignazzando. Lui sembrava non curarsene: camminava su e giù, guardandosi i piedi. Sembrava piuttosto nervoso.

Oh, io in ste situazioni non ce la faccio, devo andare a vedere. Volevo capire. Mi avvicinai, attraversando la strada.

Sfruttai il pretesto dell'ennesimo ragazzino (i ragazzini offrono sempre pretesti) per attaccare discorso:
– Ehi, tu, non ti hanno insegnato che non si prendono in giro gli anziani? Maleducato! (eccetera eccetera).
Proseguii, falso come giuda: – Ma dimmi te, sti delinquenti...tutto a posto? domandai al vecchio.
­– Ma si, certo!. Mi guardava sorridente. Settantacinque anni, un pò ossuto. Volto vispo, occhi lucidi.
– Aspetta qualcuno? – Dovevo arrivare al dunque.
– Beh, sì. La mia fidanzata – sospirò.
Settant'anni la fidanzata? beh, dai, al giorno d'oggi non si può mai dire.
– Non ha caldo con quell'impermeabile? – domandai.
– Come scusi?
– No, chiedevo se non ha caldo con quell'impermeabile.
– Assolutamente no! Anzi, come fa lei a stare in maniche di camicia con questo freddo!
Si si, era matto come un cavallo.
– Ma mi scusi, ci sono trentuno gradi all'ombra...
– Trentuno gradi? sottozero! Piuttosto, venga sotto l'ombrello che si bagna tutto!
Era tutto tremendamente imbarazzante, ma divertente. Accettai l'invito.
Porca miseria che freddo! Sopra l'ombrello la pioggia batteva con violenza e un vento gelido mi colpiva le spalle. D'istinto, uscii.
Era tornata la mia giornata d'agosto, il sole, l'umidità.
– Ma cosa fa! venga sotto che si bagna tutto!
Non potevo crederci. Feci un passo e tornai sotto l'ombrello; mi strinsi a lui. Cioè, un attimo dopo mi accorsi imbarazzato che lo avevo abbracciato e tornai al mio posto. Ma lui non fece una piega.
– Ma aspetta quindi la sua fidanzata?
– Si, la mia Mariù. Abita in questo palazzo, al terzo piano. La aspetto qui sotto perché suo padre è un tipo un pò geloso ed è meglio che non mi veda. Mi ha detto di aspettarla qui sotto.
Pensai che doveva essere ben più giovane di lui, visto che viveva ancora col padre. Ma al giorno d'oggi non si può mai dire.
– Ah, quindi abita ancora con i genitori? – chiesi.
– Beh, si. Al momento sì. Ma ancora per poco. Oggi le domanderò di sposarmi. Ho già una casetta tutta mia che arrederemo insieme. Lei potrà continuare a studiare e laurearsi, io tanto ho un buon lavoro. Poi lei diventerà dottoressa e allora penseremo ai nostri bambini.
Cominciavo a non capire, forse il freddo faceva il suo effetto. Ogni tanto un brivido mi faceva battere i denti.
– Ma mi scusi, lei lavora ancora?
Si voltò di scatto, sembrava stupito; – Come ancora? Saranno dieci anni che lavoro! Sa, io non ho potuto studiare come Mariù e finite le scuole medie ho cominciato a lavorare come panettiere. Non è male. Effettivamente si fanno degli orari un pò faticosi, ma basta abituarsi...tutto bene, signore?
Aveva visto il mio viso stupefatto, probabilmente avevo la faccia di un baccalà. – Si, tutto bene. Ma mi scusi, lei quanti anni ha?
– Ventiquattro domani.
Un bel nodo grosso come una mozzarella si era fermato a metà della mia gola. Provai a parlare d'altro. – Quindi le domanderà di sposarla?
– Si, certamente. Sono un pò emozionato, anche perchè lei non se lo aspetta e sono un pò spaventato dalla sua reazione. Ma sono sicuro che ne sarà felice. Sa, Mariù è proprio una ragazza meravigliosa, ha un sacco di sogni nel cassetto, è una bravissima studentessa. Ama cucinare, sa anche fare a maglia, pensi. E poi, è così bella! Ha gli occhi grandi, i capelli neri e un sorriso...diomio il suo sorriso! Mi fa passare tutta la fatica che mi porto dentro per il lavoro. Sarà una moglie eccezionale.
Lo vedevo sognante, sereno, gioioso. I suoi occhi scuri brillavano per l'emozione.
Ad un certo punto sembrò agitarsi. – che ore sono? oddio, le sei. Il lavoro. Devo correre al lavoro altrimenti sono guai. Vede, noi panettieri iniziamo molto presto a lavorare, la sera prima.
– Ma mi scusi, e Mariù?
– L'aspetterò domani, grazie per la conversazione! – Mi strinse la mano, sorridendomi. – Arrivederci! –
Improvvisamente sopra la mia testa ricomparve il sole, che da subito mi riscaldò le ossa.
Il vecchio signore con l'ombrello si allontanò, stringendosi il bavero.

martedì, marzo 03, 2009

He